Podcast – Festival 2020

“La multimedialità è un tratto costitutivo dell’umanità. Che sia analogica o digitale la si può intendere come opportunità per cogliere le profonde connessioni tra gli elementi di ciò che ci circonda. In questa attività non esclusivamente cognitiva sono impegnati e stimolati tutti i sensi. Con il gusto di una ricerca che trova nel racconto la sua modalità prediletta di espressione, si è voluto far dialogare gli elementi ispiratori della decima edizione del festival Video Sound Art. Sono nati così alcuni brevi inserti audio per accompagnare i partecipanti negli spazi del festival attraverso un gioco di rimandi e connessioni con l’obiettivo di stimolare la curiosità verso l’esplorazione del mondo. Un mondo capace di contenere mondi diversi.”
Tommaso Santagostino


1. Guido Romano e le Olimpiadi del 1912

Gli edifici pubblici, soprattutto quelli più datati, sono spesso intitolati a personalità, quasi sempre maschili, di cui si ignorano vita, morte e miracoli. Così accade che chi li frequenta tende ad associarli alla loro posizione geografica, alla via o al quartiere in cui si trovano. Ecco ad esempio che lo stadio Giuseppe Meazza diventa per tutti lo stadio di San Siro.

Anche la piscina in cui ci troviamo non fa eccezione. Intitolata a Guido Romano è conosciuta anche come piscina Ponzio, dal nome della via dove in origine si trovavano gli ingressi principali, oggi situati in via Ampère. Molto spesso i milanesi la chiamano con il binomio: Ponzio-Romano o Romano-Ponzio, come ad escludere qualunque tipo di fraintendimento.

In questo andirivieni spazio temporale, che esprime la complicata vicenda dei nomi e delle storie incise sulle tanti lapidi di granito che nominano vie, palazzi e monumenti, non è dunque scontato ricordare chi è stato Guido Romano.

Nato a Modena nel 1887, morì in battaglia durante la Prima Guerra Mondiale sul confine fra Veneto e Trentino. Più di dieci anni dopo la sua morte venne inaugurata la piscina che porta il suo nome. Questo perchè solo quattro anni prima di morire Guido Romano passò alla storia sportiva internazionale vincendo la medaglia d’oro nel concorso a squadre di ginnastica alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912. In quegli anni le imprese sportive erano tragicamente tragicamente intrecciatre con le vicende belliche dei due conflitti mondiali e del fascismo.

Della squadra di ginnasti che partecipò e vinse a Stoccolma la punta di diamante era Alberto Braglia. Anch’egli modenese, era di quattro anni più vecchio di Romano. Braglia era stato portabandiera per l’Italia durante la cerimonia di apertura dei Giochi. Alle Olimpiadi di Londra quattro anni prima aveva vinto gara individuale, cosa che ripeterà clamorosamente anche a Stoccolma portandosi a casa due ori.

Anche Braglia combattè durante la Grande Guerra ma non morì. Sin da giovane, sfruttando le sue doti acrobatiche e funamboliche, si dedicò allo spettacolo e al circo. E fu soprattutto grazie a uno spettacolo ispirato a Fortunello e Cirillino, personaggi del Corriere dei Piccoli, che ottenne fama anche fuori dall’Italia. Fece tournèe in Europa e addirittura oltreoceano, negli Stati Uniti d’America.

Ginnasta, uomo di spettacolo, soldato, in giro tra l’Europa e l’America a cercare fortuna. Questa storia epica ha qualcosa in comune con qualcuno che aveva seguito non molti anni prima la traiettoria inversa, dal Kansas all’Italia, dagli Stati Uniti all’Europa. Stiamo parlando di William Frederick Cody, meglio conosciuto come Buffalo Bill. Anch’egli venne in Europa e molto girò in Italia con il suo spettacolo Wild West Show, lasciando un segno profondo nell’immaginario collettivo. Anch’egli continuò a essere artista, soldato e cowboy morendo all’età di Settant’anni nel 1917.

Alberto Braglia invece morì nel 1954 senza mai abbandonare la passione per la ginnastica. Passò gli ultimi anni della sua vita impiegato come custode della palestra dove aveva mosso i primi passi e che gli era stata intitolata dopo le imprese olimpiche. Oggi invece, sempre per questo gioco di rimandi tra i luoghi e le storie di chi dà loro un nome, ad Alberto Braglia è intitolato lo stadio della città di Modena.

Muoversi per la città può essere concepito come un gioco di rimandi tra i luoghi e le storie che si attraversano. Molto spesso questi rimandi parlano di persone e di mondi che hanno poco a che fare con il presente perché lontani o irriconoscibili, eppure allo stesso tempo ad esso ineluttabilmente ancorati

2. Buscando la tierra

Quando hai esplorato ogni angolo della Terra allora non ti resta che sognare o esplorare altri pianeti.

La storia evolutiva del genere umano ha nel bipedismo uno degli elementi più decisivi, a buon diritto è possibile affermare che le persone sono fatte per spostarsi. Questa mobilità tuttavia ha conosciuto fasi differenti nel corso della storia. Necessità di sopravvivenza, curiosità, piacere per l’esplorazione, ma anche sopraffazione, volontà di potenza e controllo, conflitti.

Borges descriveva lo stupore, secondo lui unica emozione permanente, come la sensazione di svegliarsi al mattino e stupirsi di non essere morti. E allo stupore legava indissolubilmente la perplessità, il cui simbolo naturale sarebbe il labirinto. Porte, corridoio, scale, muri.. e la paura di perdersi. Esiste una forma speciale, paradossale, di labirinto. Nessuna scala, nessuna porta, niente corridoio nè muri. É il deserto. A prima vista una distesa di nulla priva di qualsiasi forma di vita e dove perdersi equivale a morire.

A pensarci bene però anche il deserto può essere una proiezione e di fronte a un deserto si possono avere visioni diametralmente opposte, talvolta inconciliabili, dipende da chi guarda, dalla visione del mondo che dà forma a ciò che gli sta intorno. Secoli fa coloro che dall’Europa sbarcarono nelle Americhe considerarono terreno fertile i territori che conquistavano, loro ad esempio videro deserto privo di forme di vita perchè non riconobbero le storie e le culture delle popolazioni che via via incontravano sul proprio cammino coloniale. Ma anche oggi nei vasti deserti latinoamericani c’è chi ritiene di avere il diritto di rivendicare la proprietà di terre da destinare ad attività produttive multinazionali. Questo sguardo sul deserto ha a che fare con un’idea di civilizzazione che ha a che fare con il trionfo della tecnica e del capitale; ed è per questo che da decenni quei deserti sono il teatro di uno scontro di visioni.

È possibile appartenere a un luogo e non esserne il proprietario? È possibile un’esistenza in coabitazione con gli elementi della Natura, in cooperazione con le altre forme viventi? È possibile scindere la scoperta dalla conquista?

Su questi deserti si combattono lotte sociali, soprattutto legali, per il diritto alla terra e per la libertà di scegliere come dare significato alle esperienze, alle parole, alle visioni. Su questi deserti natura e cultura si confondono, si trasformano e si ricombinano in continuazione, per dimostrare che sulla Terra c’è ancora un’infinità di mondi da esplorare.

Differenti mondi da abitare, differenti modi di concepire l’esistenza. In mezzo il deserto, terreno di scoperta e di conquista

3. Storie dalla Pianura

Ai bordi della piscina dell’Hotel Continental di Tozeur, al limitare della grande oasi, ascoltando Leonard Cohen (…) sento finalmente la presenza del deserto, pur senza vederlo. Stormi di passeri e di altri piccoli uccelli volteggiano nell’aria tiepida della sera, riempiendo il cielo ddel loro canto stridente e assordante. Mi basta alzare gli occhi verso le grandi palme da dattero, prevedere i nidi mimetizzati, in alto, tra le scaglie dei tronchi. Intorno a me, ci sono alcuni turisti che aspettano l’ora di cena.

È questa una delle tante esperienze di straniamento che Pier Vittorio Tondelli ha descritto nelle sue cronache degli anni Ottanta. Essere totalmente immersi nella realtà circostante e talmente distaccati da poterla osservare con pietas. Come quando Tondelli descrive la provincia emiliana con le sue nebbie che rendono le vie e le piazze quinte metafisiche di un palcoscenico in cui si recita il copione tipico di ogni provincia: quello dell’attesa e del sogno.

È la letteratura, la poesia in particolare, a sublimare la realtà che si pone davanti ai nostri occhi, ai nostri sensi, e ci offre l’ineluttabilità continuità tra terra e acqua del mar Adriatico, vero e proprio prolungamento della campagna romagnola. Ora il mare, aperto davanti a me, mi pare una strada la quale conduca in giro per tutto il mondo, diceva il poeta Panzini.

In effetti prendendo in considerazione quella porzione di Pianura Padana dove sfocia il Po con il suo delta fra le provincie di Rovigo e Ferrara appare evidente la commistione tra terra e acqua di cui parlano Tondelli e Panzini. Un territorio che ha visto nei secoli lotte per sottrarre le terre alle acque dell’Adriatico. Storie di bonifiche, di relative speculazioni sulle nuove terre, soprattutto per quanto riguarda l’agricoltura. Differenti modelli di sviluppo agricolo si sono succeduti e con essi differenti produzioni, dalla canapa alla barbabietola, dalla frutta agli immancabili frumento, mais e soia negli anni Ottanta del secolo scorso. Oggi è il mais che spadroneggia. “Tramutata in distesa di mais l’immensa pianura sottratta alle acque si è convertita nella Pampa italiana”.

L’uso del suolo per ricavarne infrastrutture urbanistiche, il passaggio all’agricoltura intensiva e l’adozione di un modello di produzione industriale, hanno generato un impatto tale che oggi si assiste ad un inquietante fenomeno, ad una nuova contesa: un territorio che per oltre la metà è posto sotto il livello del mare vede il progressivo e costante innalzamento delle acque marine. È così: l’Adriatico prova a riconquistare la terra perduta.

Il paesaggio su cui le persone si muovono potrebbe essere un palcoscenico che muta grazie alle storie, alle gesta e alle rappresentazioni dei suoi attori-spettatori.

4. Applausi

Il termine plaudire deriva dal latino e significa “battere in modo da far schioppettare”, infatti la stessa parola era riferita al rumore che fanno gli uccelli quando battono le ali. Nel senso comune applaudire rimanda a qualcosa che ha a che fare con una celebrazione, un’approvazione o una festosa accoglienza.

Il National Science and Media Museum situato nel Regno Unito a Bradford nel West Yorkshire ospita una vasta collezione di oggetti e strumenti utilizzati nella storia dei mass media. Fra questi possiamo trovare una scatola di legno curiosa contenente valvole, quadranti, fili colorati e con un adesivo sulla parte anteriore con sopra scritto Audience Reaction Indicator, misuratore della reazione del pubblico.

In inglese questo arnese è conosciuto come Clap-o-meter mentre in Italia ha preso il nome famigerato di Applausometro: lo strumento in grado di misurare la forza di un applauso. Ed è nello studio televisivo della trasmissione Opportunity Knocks che l’Applausometro venne usato per la prima volta, era 1956. Il pubblico presente giudicava con il battito di mani i concorrenti che si proponevano per mostrare il proprio talento ed emergere nell’industria dello spettacolo in questo talent show di primissima generazione.

Erano gli albori di un altro strumento che sarebbe entrato nell’immaginario collettivo dei media, il televoto, che avrebbe aperto le porte a una nuova relazione tra media e audience, tra il mezzo televisivo e il pubblico a casa. Il potere attribuito agli spettatori non era più insito esclusivamente nella possibilità di scelta attraverso il telecomando; addirittura sarebbe stato possibile influenzare il corso degli eventi di una trasmissione, come si dice, “comodamente dal proprio divano”.

Ma su quel divano la manifestazione del gradimento e del giudizio personale quanto ha abituato ciascuno di noi a guardare alla realtà attraverso questi strumenti di espressione mediatica. Alcuni ricercatori sociali hanno riflettuto su tali implicazioni tanto da mettere in dubbio l’effettività razionalità e consapevolezza del singolo quando egli si trova ad esprimere il proprio voto nel segreto delle urne. La questione è aperta, non vi preoccupate, è arrivato il momento di esprimere la vostra opinione, siete pronti ad applaudire?

A Bradford, nel Regno Unito, un museo dedicato ai mass media ospita una scatola di legno simbolo del rapporto indissolubile fra la televisione e il suo pubblico.

5. Wonder Experience

La versione italiana della trasmissione britannica Opportunity Knocks si chiamava Primo Applauso e apparve nel 1956 sul Programma Nazionale, primo e unico canale televisivo di allora le cui trasmissioni erano cominciate la mattina del 3 gennaio del 1954. Condotto da un giovanissimo Enzo Tortora agli esordi, il programma dava visibilità ad aspiranti celebrità nel mondo dello spettacolo. Il più famoso fra questi è stato senza dubbio Adriano Celentano, ma fra i vari partecipanti degni di nota troviamo anche un certo Aldo Savoldello, che diventerà ben presto famoso come Mago Silvan, pseudonimo che acquisirà proprio grazie alla partecipazione alla trasmissione.

È l’inizio di un connubio, quello tra maghi, illusionisti, mentalisti, e la televisione, che avrà il suo apice negli anni Ottanta e Novanta del XX secolo dove pullulano giochi di prestigio, trucchi, gag e manipolazioni di vario tipo. Quasi nella totalità dei casi tuttavia, la presenza del mago (anche qui va detto quasi sempre una presenza sempre maschile) aveva una funzione di contorno se non di intrattenimento puerile nel senso dispregiativo del termine. La magia era considerata una sorta di arte triviale tesa a prendere in giro gli spettatori o addirittura a frodarli come nel caso della maggior parte di cartomanti e veggenti disseminata ancora oggi in numerose emittenti locali.

Al contrario, nel libro L’Arte di Stupire, gli autori Mariano Tomatis (storico della magia e ricercatore della meraviglia) e Ferdinando Buscema (prestigiatore internazionale) ci forniscono alcune chiavi per considerare la magia come un’elaborata forma artistica, anzi come la forma artistica maggiormente in grado di riportare nel qui e ora l’incanto, lo stupore, il mistero e la meraviglia. Tutti elementi che la tecnologia e il mondo contemporaneo hanno quanto meno posto sotto al tappeto, come la polvere.

Umberto Eco diceva che ciò che non si può teorizzare si deve narrare. Parafrasando Eco, il mentalista statunitense Max Maven afferma che di ciò che non si può teorizzare si deve offrire esperienza. L’invito dunque è quello di diventare esperti nella progettazione di esperienze magiche nel quotidiano: cosa succederebbe se le abitudini e il senso comune fossero rovesciati? Se scienza e magia non fossero in contraddizione e anzi la prima fosse al servizio della seconda per costruire tante piccole meravigliose esperienze da non credere ai propri occhi? Cosa succederebbe se pur sapendo dell’esistenza del trucco decidessimo ugualmente di chiudere gli occhi e abbandonarci all’ignoto?

Come sperimentiamo la magia nelle nostre vite? E a chi deleghiamo il dominio della meraviglia e dello stupore?

6. Congiuntivo

“Alle situazioni e ai ruoli di confine vengono quasi sempre attribuiti caratteri magici e religiosi, spesso considerati pericolosi, infausti, impuri”.

Queste sono le parole dell’antropologo Victor Turner a proposito dell’esperienza, culturalmente e socialmente mediata, del sentirsi in bilico, dell’attraversare la soglia, dell’essere oggi non ancora ciò che si sarà domani e non più quel che si è stati ieri. Turner si è occupato della zona liminale, ovvero di quella fase intermedia e transitoria che caratterizza i rituali dove le persone sperimentano l’ambiguità e la rottura degli status sociali e delle strutture culturali.

È la fase di passaggio del rituale quella in cui sorgono nuovi modelli, simboli, paradigmi e si configura il vero e proprio vivaio della creatività culturale.

Tuttavia, nelle società pre-industriali, le fasi liminali del rito sono temporanee, dislocate in uno spazio altro, extraquotidiano, e quasi mai conducono ad un sovvertimento dell’esistente. Nella società industriale invece “i generi di intrattenimento sono spesso sovversivi, satireggiano, prendono in giro, mettono alla berlina o corrodono sottilmente i valori centrali della sfera del lavoro su cui si fonda la società, o almeno dei settori particolari di quest’ultima”. Ovviamente nella società industriale l’organizzazione sociale si fonda sul tempo del lavoro e pertanto il tempo dello svago e della sovversione è il tempo svincolato dagli obblighi istituzionali e dai ritmi lavorativi.

Ciò che accomuna società preindustriali e industriali è, per usare un’analogia linguistica, il passaggio dal modo indicativo al modo congiuntivo. Ovvero il passaggio dalle cose come sono alle cose come potrebbero essere. Grazie al modo congiuntivo possiamo individuare un’apertura, una scatola magica, una scala che conduce ad un secondo livello: di fronte a questo tipo di esperienza, che spesso è mediata nella nostra società dall’arte e dalla sua capacità di svelare e disvelare mondi, è possibile riflettere sulle regole del gioco, sui processi e sulle norme che regolano il funzionamento delle cose.

Per una qualsiasi società aprirsi spazi congiuntivi significa, citando ancora Turner, “ritagliarsi degli spazi e momenti dove guardare onestamente a se stessa. Questa onestà non è quella dello scienziato, che scambia l’onesta del suo io per l’obiettività del suo sguardo. È affine piuttosto all’onestà suprema dell’artista creativo che nelle sue rappresentazioni sulla scena, nei libri, nei quadri, nel marmo, nella musica, nelle torri e nelle case, si riserva il privilegio di vedere diritto ciò che tutte le culture costruiscono storto. Il loro mezzo di espressione può essere un metalinguaggio, dove però meta non significa un’astratta lontananza da ciò che accade dal basso mondo in cui si guadagna e si spende, ma una visione più cristallina di esso..”

Per riflettere su ciò che sono, i gruppi sociali dedicano spazio e tempo a ciò che potrebbero essere e all’eventualità di un mondo diverso.


Tommaso Santagostino (1983). Geografo e antropologo per formazione. Cerca di vincere la pigrizia esplorando territori disciplinari differenti e contesti in cui il piacere di fare ricerca non è esclusiva della mente di un singolo ma felice pratica condivisa. Come membro del collettivo immaginariesplorazioni ha realizzato il documentario Potlach Milano (2018, Lab80) esito di una ricerca-azione sull’interculturalità nella città contemporanea. Dal 2019, come regnodiMatto sperimenta forme di audio-racconto, micro esplorazioni del quotidiano e incontri transdisciplinari.