“La multimedialità è un tratto costitutivo dell’umanità. Che sia analogica o digitale la si può intendere come opportunità per cogliere le profonde connessioni tra gli elementi di ciò che ci circonda. In questa attività non esclusivamente cognitiva sono impegnati e stimolati tutti i sensi. Con il gusto di una ricerca che trova nel racconto la sua modalità prediletta di espressione, si è voluto far dialogare gli elementi ispiratori della decima edizione del festival Video Sound Art. Sono nati così alcuni brevi inserti audio per accompagnare i partecipanti negli spazi del festival attraverso un gioco di rimandi e connessioni con l’obiettivo di stimolare la curiosità verso l’esplorazione del mondo. Un mondo capace di contenere mondi diversi.”
Tommaso Santagostino

4. Applausi

Il termine plaudire deriva dal latino e significa “battere in modo da far schioppettare”, infatti la stessa parola era riferita al rumore che fanno gli uccelli quando battono le ali. Nel senso comune applaudire rimanda a qualcosa che ha a che fare con una celebrazione, un’approvazione o una festosa accoglienza.

Il National Science and Media Museum situato nel Regno Unito a Bradford nel West Yorkshire ospita una vasta collezione di oggetti e strumenti utilizzati nella storia dei mass media. Fra questi possiamo trovare una scatola di legno curiosa contenente valvole, quadranti, fili colorati e con un adesivo sulla parte anteriore con sopra scritto Audience Reaction Indicator, misuratore della reazione del pubblico.

In inglese questo arnese è conosciuto come Clap-o-meter mentre in Italia ha preso il nome famigerato di Applausometro: lo strumento in grado di misurare la forza di un applauso. Ed è nello studio televisivo della trasmissione Opportunity Knocks che l’Applausometro venne usato per la prima volta, era 1956. Il pubblico presente giudicava con il battito di mani i concorrenti che si proponevano per mostrare il proprio talento ed emergere nell’industria dello spettacolo in questo talent show di primissima generazione.

Erano gli albori di un altro strumento che sarebbe entrato nell’immaginario collettivo dei media, il televoto, che avrebbe aperto le porte a una nuova relazione tra media e audience, tra il mezzo televisivo e il pubblico a casa. Il potere attribuito agli spettatori non era più insito esclusivamente nella possibilità di scelta attraverso il telecomando; addirittura sarebbe stato possibile influenzare il corso degli eventi di una trasmissione, come si dice, “comodamente dal proprio divano”.

Ma su quel divano la manifestazione del gradimento e del giudizio personale quanto ha abituato ciascuno di noi a guardare alla realtà attraverso questi strumenti di espressione mediatica. Alcuni ricercatori sociali hanno riflettuto su tali implicazioni tanto da mettere in dubbio l’effettività razionalità e consapevolezza del singolo quando egli si trova ad esprimere il proprio voto nel segreto delle urne. La questione è aperta, non vi preoccupate, è arrivato il momento di esprimere la vostra opinione, siete pronti ad applaudire?

A Bradford, nel Regno Unito, un museo dedicato ai mass media ospita una scatola di legno simbolo del rapporto indissolubile fra la televisione e il suo pubblico.

5. Wonder Experience

La versione italiana della trasmissione britannica Opportunity Knocks si chiamava Primo Applauso e apparve nel 1956 sul Programma Nazionale, primo e unico canale televisivo di allora le cui trasmissioni erano cominciate la mattina del 3 gennaio del 1954. Condotto da un giovanissimo Enzo Tortora agli esordi, il programma dava visibilità ad aspiranti celebrità nel mondo dello spettacolo. Il più famoso fra questi è stato senza dubbio Adriano Celentano, ma fra i vari partecipanti degni di nota troviamo anche un certo Aldo Savoldello, che diventerà ben presto famoso come Mago Silvan, pseudonimo che acquisirà proprio grazie alla partecipazione alla trasmissione.

È l’inizio di un connubio, quello tra maghi, illusionisti, mentalisti, e la televisione, che avrà il suo apice negli anni Ottanta e Novanta del XX secolo dove pullulano giochi di prestigio, trucchi, gag e manipolazioni di vario tipo. Quasi nella totalità dei casi tuttavia, la presenza del mago (anche qui va detto quasi sempre una presenza sempre maschile) aveva una funzione di contorno se non di intrattenimento puerile nel senso dispregiativo del termine. La magia era considerata una sorta di arte triviale tesa a prendere in giro gli spettatori o addirittura a frodarli come nel caso della maggior parte di cartomanti e veggenti disseminata ancora oggi in numerose emittenti locali.

Al contrario, nel libro L’Arte di Stupire, gli autori Mariano Tomatis (storico della magia e ricercatore della meraviglia) e Ferdinando Buscema (prestigiatore internazionale) ci forniscono alcune chiavi per considerare la magia come un’elaborata forma artistica, anzi come la forma artistica maggiormente in grado di riportare nel qui e ora l’incanto, lo stupore, il mistero e la meraviglia. Tutti elementi che la tecnologia e il mondo contemporaneo hanno quanto meno posto sotto al tappeto, come la polvere.

Umberto Eco diceva che ciò che non si può teorizzare si deve narrare. Parafrasando Eco, il mentalista statunitense Max Maven afferma che di ciò che non si può teorizzare si deve offrire esperienza. L’invito dunque è quello di diventare esperti nella progettazione di esperienze magiche nel quotidiano: cosa succederebbe se le abitudini e il senso comune fossero rovesciati? Se scienza e magia non fossero in contraddizione e anzi la prima fosse al servizio della seconda per costruire tante piccole meravigliose esperienze da non credere ai propri occhi? Cosa succederebbe se pur sapendo dell’esistenza del trucco decidessimo ugualmente di chiudere gli occhi e abbandonarci all’ignoto?

Come sperimentiamo la magia nelle nostre vite? E a chi deleghiamo il dominio della meraviglia e dello stupore?

6. Congiuntivo

“Alle situazioni e ai ruoli di confine vengono quasi sempre attribuiti caratteri magici e religiosi, spesso considerati pericolosi, infausti, impuri”.

Queste sono le parole dell’antropologo Victor Turner a proposito dell’esperienza, culturalmente e socialmente mediata, del sentirsi in bilico, dell’attraversare la soglia, dell’essere oggi non ancora ciò che si sarà domani e non più quel che si è stati ieri. Turner si è occupato della zona liminale, ovvero di quella fase intermedia e transitoria che caratterizza i rituali dove le persone sperimentano l’ambiguità e la rottura degli status sociali e delle strutture culturali.

È la fase di passaggio del rituale quella in cui sorgono nuovi modelli, simboli, paradigmi e si configura il vero e proprio vivaio della creatività culturale.

Tuttavia, nelle società pre-industriali, le fasi liminali del rito sono temporanee, dislocate in uno spazio altro, extraquotidiano, e quasi mai conducono ad un sovvertimento dell’esistente. Nella società industriale invece “i generi di intrattenimento sono spesso sovversivi, satireggiano, prendono in giro, mettono alla berlina o corrodono sottilmente i valori centrali della sfera del lavoro su cui si fonda la società, o almeno dei settori particolari di quest’ultima”. Ovviamente nella società industriale l’organizzazione sociale si fonda sul tempo del lavoro e pertanto il tempo dello svago e della sovversione è il tempo svincolato dagli obblighi istituzionali e dai ritmi lavorativi.

Ciò che accomuna società preindustriali e industriali è, per usare un’analogia linguistica, il passaggio dal modo indicativo al modo congiuntivo. Ovvero il passaggio dalle cose come sono alle cose come potrebbero essere. Grazie al modo congiuntivo possiamo individuare un’apertura, una scatola magica, una scala che conduce ad un secondo livello: di fronte a questo tipo di esperienza, che spesso è mediata nella nostra società dall’arte e dalla sua capacità di svelare e disvelare mondi, è possibile riflettere sulle regole del gioco, sui processi e sulle norme che regolano il funzionamento delle cose.

Per una qualsiasi società aprirsi spazi congiuntivi significa, citando ancora Turner, “ritagliarsi degli spazi e momenti dove guardare onestamente a se stessa. Questa onestà non è quella dello scienziato, che scambia l’onesta del suo io per l’obiettività del suo sguardo. È affine piuttosto all’onestà suprema dell’artista creativo che nelle sue rappresentazioni sulla scena, nei libri, nei quadri, nel marmo, nella musica, nelle torri e nelle case, si riserva il privilegio di vedere diritto ciò che tutte le culture costruiscono storto. Il loro mezzo di espressione può essere un metalinguaggio, dove però meta non significa un’astratta lontananza da ciò che accade dal basso mondo in cui si guadagna e si spende, ma una visione più cristallina di esso..”

Per riflettere su ciò che sono, i gruppi sociali dedicano spazio e tempo a ciò che potrebbero essere e all’eventualità di un mondo diverso.


Tommaso Santagostino (1983). Geografo e antropologo per formazione. Cerca di vincere la pigrizia esplorando territori disciplinari differenti e contesti in cui il piacere di fare ricerca non è esclusiva della mente di un singolo ma felice pratica condivisa. Come membro del collettivo immaginariesplorazioni ha realizzato il documentario Potlach Milano (2018, Lab80) esito di una ricerca-azione sull’interculturalità nella città contemporanea. Dal 2019, come regnodiMatto sperimenta forme di audio-racconto, micro esplorazioni del quotidiano e incontri transdisciplinari.

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